Venerdi 18 Maggio 2012
"Il 23 dicembre 2010 il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva la riforma dell'università (L. n.240/2010). Concluso quindi l'iter di approvazione, la riforma entra nella fase attuativa in quanto il Governo infatti dovrà emanare i conseguenti decreti attuativi. Di seguito sono riportati alcuni articoli selezionati dal sito web del quotidiano on-line "il sussidiario" (www.ilsussidiario.net) di giudizio sulla riforma.
Allegati: Comunicato Sogaro
Di chi è l'università?
Passata sotto lo forche caudine di un sistema politico in profonda crisi, di proteste minoritarie ma enfatizzate dai media, di assemblee parlamentari cassa di risonanza di interessi di parte, la riforma dell’Università inizia ora il suo non facile cammino di attuazione che coinvolge le Università stesse, i sistemi territoriali e, soprattutto, le burocrazie ministeriali, oggi come non mai protagoniste di quello che sarà nel prossimo futuro l’Università italiana.
Come spesso accade per le grandi riforme del nostro Paese, il testo di legge ha nel suo dna una molteplicità di modelli di riferimento: aperta al territorio sul piano della governance ma dipendente dal centro per i finanziamenti, assai poco liberalizzata (il reclutamento è uniforme e governato da Roma, il titolo di studio si tiene stretto il suo valore legale, i contenuti didattici sono fortemente predeterminati, ecc.) e poco capace di competizione virtuosa tra le diverse componenti, senza differenziazione se non grazie a una sperimentazione concordata, dai connotati ancora oscuri, essa lascia all’attuazione molto spazio di manovra. È da qui in poi che si capirà quale sia il vero modello culturale di riferimento, quello che guiderà i prossimi passi.
Sullo sfondo e, apparentemente, poco interessanti le questioni di sostanza che invece devono fare da guida a una attuazione corretta e tempestiva, quelle che nel testo costituzionale sono adombrate e che il legislatore ha, in passato, per gran parte disattese. Se si rilegge, oggi, alla luce della riforma in atto e del dibattito che ne ha accompagnato i passi, l’art. 33 della Costituzione, che sancisce con molta chiarezza l’autonomia dell’Università, pur nei “limiti” stabiliti dalla legge statale, torna infatti prepotentemente alla ribalta il tema stesso dell’autonomia, del suo senso e dei “limiti” che ne caratterizzano l’espressione.
Autonoma in quanto arbitrariamente autoreferenziale, autonoma dal potere centrale per essere asservita a interessi locali, economici o politici, autonoma per concorrere nell’attrazione delle risorse pubbliche o private negando la sua vocazione primigenia, quella di esser luogo libero di ricerca della verità e di trasmissione alta e gratuita della conoscenza?
Nel dibattito che l’art. 33 ha innescato, soprattutto negli anni immediatamente successivi all’entrata in vigore della Costituzione, molte voci si erano levate a difesa dell’autonomia costituzionale dell’Università, rivendicandone rispetto al modello precedente la caratteristica di ente della società civile, di formazione sociale sui generis, comunità libera di studenti e di docenti, legata sì all’istituzione statale, ma solo per la determinazione dei suoi limiti esterni, essendo l’autonomia non ottriata, non conferita dalla legge ma originaria e intimamente funzionale alla ricerca e alla formazione.
Un ente d’élite? Forse anche, in verità, ma la cui natura elitaria risulta nel disegno costituzionale profondamente temperata dall’intervento pubblico in grado di consentire ai “capaci e meritevoli ancorché privi di mezzi di raggiungere i più alti gradi dell’istruzione”.
Ora, se di formazione sociale si tratta - ed è ragionevole ritenere che essa ancora lo sia -è bene che l’attuazione della riforma Gelmini la rispetti e la favorisca, riconoscendo e valorizzando le eccellenze che in essa albergano, sostenendo il merito, consentendo ogni espressione di identità culturale nel libero confronto tra diversi. Se di formazione sociale si tratta, è utile che in essa le altre formazioni sociali e le autonomie territoriali possano esprimersi, che in essa possano trovare un interlocutore autorevole, in grado di sostenerne l’innovazione e di essere a sua volta sostenuta.
Niente di più lontano da un potere centralista e burocratico che asserva a sé l’autonomia o la tarpi in nome di vere o presunte ristrettezze finanziarie, cieche alla differenza tra il buono e il marcio. Strumenti come la valutazione, il finanziamento commisurato al merito e alla soddisfazione degli studenti e del mercato, una governance illuminata, un reclutamento corretto sulla base della produttività scientifica, l’apertura internazionale e altro ancora potranno dar fiato a questa concezione di autonomia facendo dell’Università un luogo di vita e di crescita non solo per studenti e docenti ma per tutta la società civile, a cui sola essa appartiene.
Magni (Clds): non basta una riforma per far ripartire gli atenei
La riforma dell’università è legge. Dopo due anni di lavoro il ddl taglia il traguardo, non senza strascichi di polemiche e di accese contestazioni. Vi sono significative novità: dalla riforma della struttura organizzativa degli atenei a quella del reclutamento docenti e ricercatori e del loro stato giuridico, dalla creazione di un fondo per il merito su base nazionale all’individuazione dei principi e dei criteri della valutazione.
Come già abbiamo avuto modo di dire, il testo - scritto a più mani, anche da esponenti del mondo politico e accademico del Pd oltre che di Confindustria - contiene spunti positivi. A cose fatte, in relazione alla situazione di stallo in cui si trova oggi l’università italiana, si può dire: meglio una riforma che una non-riforma. Ma permangono motivi di preoccupazione e contraddizioni di fondo: i principi ispiratori del merito, dell’autonomia e della responsabilità rischiano di rimanere soltanto sulla carta.
Come si persegue l’autonomia attraverso un testo che ha un impianto schiettamente statalistico? Come si conciliano i principi della razionalizzazione del numero delle università (tramite la previsione di fusioni e di federazioni) con la possibilità riconosciuta alle università telematiche di trasformarsi in vere e proprie università? Come stanno insieme il merito e la totale assenza di risorse destinate a finanziarlo? Come si concilia l’intenzione di eliminare il precariato a vita con la possibilità, sancita dalla legge, di essere “precari stipendiati” fino a 15 anni dopo la laurea (dottorato compreso)?
Ma ora la riforma è legge. E bisognerà applicarla nel modo migliore. Abbandonarsi al lamento o alla recriminazione non serve: occorre che tutti - politici, addetti ministeriali, rettori, professori, studenti -, secondo le proprie responsabilità, si facciano carico di attuare la riforma in maniera intelligente e responsabile. Come tutti sanno, il testo licenziato dal senato è una cornice, ma il quadro deve ancora venire e richiederà un’imponente quantità di decreti attuativi. I prossimi mesi saranno dunque decisivi e occorrerà vigilare, sfruttando tutti gli spazi di libertà che rimangono aperti, sulla concreta realizzazione dei contenuti della legge, per non trovarsi domani ancor più imprigionati nella giungla delle norme e nella palude di una burocrazia soffocante.
Per far ciò c’è bisogno di persone che abbiano a cuore il destino dell’università e non soltanto la rendita politica propria o del gruppo di riferimento. Da questo punto di vista è abbastanza sconcertante quello che è successo in questi giorni, fino al grossolano tentativo di alcuni gruppi e di tanti organi di stampa di strumentalizzare la persona e la funzione del Presidente della Repubblica per accreditare come “associazioni studentesche” uniche ed esclusive quelle formazioni, politicamente ben qualificate, che scelgono come metodo di protesta forme più o meno marcate di prevaricazione, quando non di violenza - e che si limitano a dire “no”, ma non sono in grado di proporre alcuna realistica alternativa -, mentre le decine e decine di migliaia di studenti presenti nelle università, che pure sono intervenuti nelle recenti vicende con altre e più costruttive modalità, si vedono condannati all’anonimato e squalificati. Lo schema è ben noto: l’università è terreno privilegiato di sciacallaggio politico.
Per fronteggiare questo momento buio dell’università italiana non basta una riforma, bella o brutta che sia. Occorre una presenza critica e costruttiva, fatta di gente - docenti e studenti - che accetti di non andare sulle prime pagine dei giornali e che si impegni ugualmente con passione in ogni aspetto della vita universitaria: dalla ridefinizione dei corsi di laurea e delle tabelle alla valorizzazione delle risorse umane e materiali esistenti, dalla partecipazione attiva alla didattica alle attività culturali, dalla rappresentanza negli organi accademici alla creazione di cooperative di servizio agli studenti.
Senza una tale presenza - riforma sì, riforma no -, saremo spazzati via dalla storia, come un popolo e un Paese che hanno fatto il loro tempo. Ma questa presenza c’è, basta andare a vedere, invece che accontentarsi di leggere “la realtà” dai monitor dei nostri computer. Da questa presenza occorre ripartire.